Beni comuni a Napoli: una sperimentazione che fa paura

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La scorsa settimana siamo intervenuti pubblicamente ad Anversa alla Summer School #2 di ARIA & Koninklijke Academie voor Schone Kunsten, invitati a portare la nostra esperienza intorno al Making Public Domain. In quegli stessi giorni, l’Asilo ha vinto il bando Culturability 2017, ideato dalla Fondazione Unipolis, con il progetto Mezzi senza fine selezionato su 429 progetti innovativi di spazi da rigenerare in tutta Italia. Tra il 14 e il 15 settembre, a Torino, la Commissione Patrimonio, con il contributo anche delle esperienze napoletane, ha licenziato a maggioranza una mozione che recita testualmente che il Comune «riconosce nell’uso civico e collettivo urbano uno strumento atto ad un utilizzo non esclusivo, plurale e multifunzionale degli spazi, aperto a tutti coloro che vi vorranno partecipare, ispirato ai principi democratici, di orizzontalità, di antifascismo, antisessismo e antirazzismo»: il primo passo verso un riconoscimento della Cavallerizza Irreale come bene comune.

E puntualmente il giorno dopo ecco arrivare la notizia di indagini a carico di presunti affidamenti negli spazi, dichiarati a Napoli come beni comuni. Più che altro rumours messi in forma di una serie di virgolettati che dimostrano una completa ignoranza della questione, parlando di “affidamenti” inesistenti e presunte “associazioni” legate a “centri sociali” in realtà mai esistite.

Dà fastidio il protagonismo sociale e politico di un nuovo modo di affermare un uso non esclusivo degli spazi pubblici.

 

Ci chiediamo innanzitutto quali siano le fonti da cui sono state carpite tali informazioni, falsità e pregiudizi che si aggiungono ad altre che sono saltate fuori fin dai primi giorni di vita dell’Asilo, soprattutto in occasione di campagne elettorali, di strumentalizzazioni delle destre cittadine, di tentativi a singhiozzo fatti per di sminuire nuove conquiste, proprio come ora.

La scadenza temporale non ci sembra casuale. Forse l’uso civico dà fastidio, come dà fastidio il protagonismo sociale e politico di un nuovo modo di affermare un uso non esclusivo degli spazi pubblici. Dà fastidio che la città di Napoli sia il centro di una innovazione che ottiene premi e riconoscimenti in giro per il paese. Ci rendiamo conto che queste come altre inedite architetture sociali, fondate sulla condivisione e la cooperazione, siano difficili da comprendere, eppure esistono sul tema tesi di laurea, dottorati, pubblicazioni scientifiche e articoli internazionali che analizzano cosa sia questa innovazione, per cui la città di Napoli ha vinto di recente il premio internazionale URBACT.

Questa sperimentazione fa paura e i tentativi di sminuirla o sviarne la sua natura sono all’ordine del giorno. Ripetiamo ancora e ancora una volta, brevemente, come stanno le cose: l’uso civico e collettivo urbano non è un’assegnazione, non è un affidamento ad una associazione. È un nuovo strumento giuridico che non identifica nessun soggetto privilegiato, ma garantisce un uso non esclusivo di un bene pubblico attraverso dichiarazioni collettive che danno a singoli, associazioni, realtà informali e sociali, la possibilità, in forma assolutamente gratuita, di usare spazi in modo mutualistico, attraverso scambio di tempi e competenze. Ci teniamo a ribadire che questa conquista è un patrimonio incredibile: è una forma di gestione collettiva, diretta e regolamentata, di beni sotto utilizzati e abbandonati. Una miriade di realtà su tutto il territorio cittadino ha saputo creare e realizzare attività culturali, artistiche, sociali: teatri, sale prove, ambulatori popolari, palestre, spazi per bambini e per anziani, sartorie, laboratori artigianali, campi di calcio, orti urbani e tanti altri mezzi di produzione culturale in luoghi accessibili a chiunque.

Gli immobili riconosciuti come beni comuni emergenti vivono dell’autofinanziamento, dell’autorecupero e del lavoro gratuito e volontario dei suoi attivisti. Oggi quegli spazi, prima ricettacolo di topi, sterpaglie, metri di rifiuti di ogni tipo, manco fossero discariche a cielo aperto, sono diventati agibili per attività di ogni tipo. Quello che era la vergogna dello stato di abbandono è diventato un orgoglio della città grazie alla volontà di chi ha scelto senza lucro di prendersi cura di quello che appartiene e resta di tutti. Anche stavolta la disinformazione tenta di giocare su luoghi comuni e mistificazioni mentre le vere inchieste fatte sull’affittopoli dei beni dati in concessione non hanno nulla a che vedere con questi spazi.

Qualche numero dell’Asilo: 7800 attività, svolte da più di 2400 soggetti diversi, per più di 250mila fruitori.

Anche la polemica sull’Asilo, legata ai 315mila euro di spese sostenute dal Comune, riproposta in queste ore in maniera volutamente superficiale e nazionalpopolare, merita alcune, ennesime, precisazioni: in qualunque altra città del mondo, un centro artistico e culturale pubblico in grado di registrare tali numeri (7800 attività svolte da più di 2400 soggetti diversi per più di 250mila fruitori) e di generare un così ampio e indiretto indotto economico e sociale, costerebbe milioni di euro dei contribuenti, mentre all’Asilo gli unici oneri imputati al Comune e da lui sostenuti, nei limiti delle risorse disponibili, riguardano quanto necessario per garantire un’adeguata e dovuta accessibilità al bene e lo svolgimento in sicurezza delle attività. Una cifra decisamente bassa rispetto alla mole di eventi culturali e artistici realizzati a beneficio della città tutta, e una cifra già impiegata quando lo spazio era gravemente sottoutilizzato, in concessione alla Fondazione Forum Universale delle Culture.

La divisione di responsabilità tra comunità di uso (aperta e non esclusiva) e proprietario del bene è una delle caratteristiche dell’uso civico, pubblicamente dichiarata in ogni contesto. Ribadiamo per chi vuole giocare sugli equivoci e la disinformazione che mai un centesimo è stato versato né per finanziare le attività né i suoi attivisti.

Questo processo è possibile solamente grazie alla cooperazione di cittadini ed artisti, il cui valore sociale e culturale si sostanzia nello scambio di competenze e conoscenze, nell’uso collettivo e gratuito di spazi e mezzi di produzione. Una collaborazione inedita tra arti e mestieri, grazie alle quali Napoli, oggi, con tante esperienze che si muovono in simili percorsi, è una città sempre più viva, culturalmente attiva, portatrice sana di modelli al passo con le esperienze europee più virtuose.

Una collaborazione inedita tra arti e mestieri, grazie alle quali Napoli, con le tante esperienze che si muovono in simili percorsi, è una città sempre più viva e culturalmente attiva.

Non lasceremo infangare quello che abbiamo conquistato sperimentando l’uso civico. La prossima settimana saremo a Mantova, per ArtLab 2017, Territori, Cultura, Innovazione. Lì si svolgerà un laboratorio di progettazione condivisa con i più qualificati esperti e professionisti del settore in vista dell’Anno europeo del Patrimonio Culturale 2018. In contemporanea saremo a Madrid, invitati dal ministero della cultura spagnolo alla 3ª edición del Encuentro Cultura y Ciudadanía. Ed ancora al Teatro Rossi di Pisa, per confrontarci con altre realtà che cercano un modo per liberare spazi.

Non abbiamo nessuna voglia di fermarci.

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