E ora qualcosa di completamente diverso. Rassegna di cinema sperimentale d’animazione

Schody

da martedì 9 gennaio a martedì 20 febbraio | l’asilo

E ora qualcosa di completamente diverso

Esperimenti di un altro cinema d’animazione

Nella storia dell’animazione esiste uno spartiacque: esiste un pre e un post Akira.
Akira è un film cult, che ha segnato i tempi, quello che ha schiuso le porte dell’Occidente ai manga e agli anime, sconvolgendolo con lo tsunami del suo immaginario disturbante a sé stante. E inedito.
Per l’epoca, Akira fu qualcosa di completamente diverso. E lo è ancora.
Frutto della mente geniale di Otomo, autore del manga sul quale è basato, questo colossal dalla lavorazione leggendaria ha richiesto lo sforzo di cinque case di produzione, costringendo un esercito di animatori ad alternarsi in turni ininterrotti diurni e notturni. Pervaso da un fatalismo ineffabile e greco, contro il quale vede scontrarsi i nostri eroi, bimbi sperduti resi, come progeroidi, adulti anzitempo dai giorni di un difficile futuro passato cyberpunk, Akira permane un caposaldo, che, cassandrino, ha profetato le paure di finemillenio di un Paese, il Giappone, che negli anni Ottanta si stava rialzando solo per cadere, nuovamente, preda dei suoi démoni interiori.
Akira è tutto questo e molto altro ancora. È il monumentale affresco del tramonto di un sogno, in cui Otomo ha trasfuso le sue nevrosi, dato voce alle fobie d’un intero popolo: dallo sgretolarsi delle speranze mendaci delle macchine la cui transustanzazione anticipa l’omonimo Tetsuo dell’anno dopo, all’innocenza violata di un’infanzia stuprata di una società aggressiva e competitiva, all’alienazione dei claustrofobici e iperdettagliati monoliti babilonici della Neo-tokyo distopica.
Ma più di tutto, in trasparenza a tutto ciò, vi è lui, il grande rimosso nipponico, l’incalcolabile potenziale distruttivo insito in ciascuno di noi, la reale natura dell’uomo, incarnata da Akira stesso, un serafico bambino dagli incalcolabili poteri ESP, in grado di riscatenare l’inverno nucleare del nostro scontento, nemesi che il Giappone non si sarebbe mai scrollato di dosso, e cui Akira dà forma e sostanza. Akira è la storia di un mondo, qualcosa in seguito alla quale nulla sarebbe più stato lo stesso, e di cui, da allora in poi, tutti avrebbero dovuto temere il confronto.

La proiezione del film sarà preceduta dal cortometraggio Schody (di cui vediamo un fotogramma in apertura di questo articolo) di Stefan Schabenbeckil quale prova, con una messa in scena molto essenziale, a rappresentare, metaforicamente e con lieve poesia, l’esperienza umana.


 “E ora qualcosa di completamente diverso” (II ciclo)

I cartoni animati non sono (SOLO) per bambini.
Il cinema sperimentale non è (SOLO) per pochi eletti.
Sono solo ALTRE forme con cui gli artisti scelgono di trasmettere le loro idee, sentimenti ed emozioni.
Con questo ciclo di proiezioni vogliamo liberare il cinema sperimentale dall’etichetta che lo bolla come elitario; vogliamo restituire ai film d’animazione la dignità che meritano; rimedieremo alla miopia della grande distribuzione che, per ragioni di opportunismo economico e scarsa stima del pubblico, ne preclude la visione.
C’è un sottobosco di cinema, coi suoi piccoli e grandi gioielli, che merita di vedere la luce del proiettore. Siamo realisticamente impossibilisti e oseremo l’inosabile, il nostro intento rivoluzionario è diffondere un’altra cultura, fregadoncene del mercato, perché…
… è il possesso culturale del mondo che dà la felicità.
E ora, qualcosa di completamente diverso!


P R O G R A M M A    C O M P L E T O

martedì 09/01 h 21:00
Les Astronautes di Walerian Borowczyk [Francia,1959] 12’
Anomalisa di Charlie Kaufman [USA, 2015] 90′, v.o. sott. it

martedì 23/01 h 21:00
Schody di Stefan Schabenbeck [Polonia, 1968] 7′
Akira di Katsuhiro Ōtomo [Giappone, 1988] 124′, v.o. sott. it

martedì 06/02 h 21:00
Oscurità Luce Oscurità di Jan Svankmajer [Cecoslovacchia, 1989] 7’
The Comb di Stephen e Timothy Quay [UK, 1990] 17’
Pinocchio di Gianluigi Toccafondo [Italia, 1999] 6’
Harvie Krumpet di Adam Elliot [Australia, 2003] 23′ v.o. sott. it.
Ryan di Chris Landreth [Canada, 2004] 14’ v.o. sott. it.
Walking di Ryan Larkin [Canada, 1968] 5’

martedì 20/02 h 21:00
I’m Here di Spike Jonze [USA 2010] 31′, v.o. sott. it
Metropia di Tarik Saleh [Svezia, Danimarca, Norvegia, 2009] 86′, v.o. sott. it

All’Asilo i concerti, gli spettacoli, le proiezioni, gli incontri sono ad ingresso libero. È gradito un contributo a piacere che serve ad abbattere le spese minime e a dotare gli spazi dei mezzi di produzione necessari ai lavoratori dello spettacolo, dell’arte e della cultura per portare avanti la sperimentazione politica, giuridica e culturale avviata all’Asilo.


A R T I C O L I     P R E C E D E N T I

Si ricorre all’animazione per vari motivi. Il geniale Charlie Kaufman ha fatto questa precisa scelta, insieme a quella di rivolgersi al crowdfunding, per essere libero di sperimentare. E perché, per la storia che intendeva raccontare, non ci sarebbero stati attori adeguati. Eppure è una storia apparentemente semplice: Michael Stone, un coach life deve tenere una conferenza ma, la notte prima, in albergo, il suo mondo, già pericolante, entrerà in crisi. Nulla di inedito.

Se non fosse che…

Se non fosse che l’albergo si chiama Fregoli, come il trasformista italiano che ha dato nome a una sindrome per via della quale, chi ne soffre, si convince di essere circondato da persone tutte uguali. Ecco come mai tutti i 1261 personaggi, al di fuori del protagonista, hanno lo stesso viso. E la stessa voce. Motivo della sua apatia, della sua crisi, della sua demotivazione. Tutti a parte lei. Lisa. L’anomala Lisa.
Prima di essere un film, Anomalisa è stato uno spettacolo teatrale molto particolare: praticamente solo sonoro Privo di messinscena, gli attori leggevano le battute senza recitarle, senza costumi, seduti, su un palco vuoto. Insomma, un dramma radiofonico. Non avrebbe mai potuto essere un film, perciò. Ma forse un cartone…

Questo avrà pensato Kaufman, quando ha optato per la stop motion, per dare una vita più vera del reale allo psicodramma di un uomo solo, incompreso, circondato da varianti di persone ormai omologate e appiattite come avatar allo stesso registro metallico standard, gettati in una circumdrome da criceto su ruota. L’unico in grado di vedere le pareti della greppia in cui sono costretti, è Max Stone, e questa visione lo sconvolge. E il circolo si chiude, e ritorniamo alle nevrosi di Essere John Malkovich, alle paludi della mediocrità in cui affondiamo come Artax. Tutto qui? Sì. Se non fosse che…

Se non fosse che il nostro eroe compra una bambola giapponese per suo figlio in un sexy shop. Perché? E perché questa bambola è scheggiata? E perché Lisa ha una tempia sfregiata? E perchè di tutte le lingue (oltre l’italiano) Lisa sceglie di imparare proprio il giapponese? Cosa la rende così… anomala?

Per chi sa coglierle, sono più le domande che questo cartone dispensa, rispetto alle risposte, distorcendo la realtà con iniezioni oniriche, giocando con la soglia dell’incredulità dello spettatore, per offrire, di nuovo, …qualcosa di completamente diverso.

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