Pulcinella delle 4 e Quarantena 

Scartellato, igienizzato, pulizzato e tutto scioccato
M’hann’ pigliat’ a terra, io nun ero preparato 
“Tu te ne i’ mò mò,nuje ce cacamm sotto 
Tu ce pass’ o virus cu chillu cuppulino rotto” 

S’hann pigliato ‘a maschera, m’hann miso ‘a mascherina 
E hann’ itto “Statt’ a casa e pigl’ ‘o nculo, cartolina”
Ma io campo miez ‘a via, ncopp’ a sti sanpietrini sciem 
Hash tag io resto a casa e si na casa nun ‘a tieni? 

Pandemie, epidemie, lazzaretti e miez’  ‘a via 
Me n’aggio fatt tant’ ma chist’ è tropp’ arrassosia 
C’hann nserrat a dint’, barricat’ fino ai diente
“però siate responsabili, nun ascite,state attienti” 

E vuje quann’ v’ ‘o carriate e chell’ c’ate fatt a nuje 
C’ate tagliat’ tutt’, pur’ ‘a rraggia se ne fuje 
Cheste so’ prove generali, me l’ha ‘itt’ l’intestino 
Gualgiù, m’è asciuta n’emorroide che arriva fino abbasc’ ‘e rin 

Che all’immunità di gregge già c’avite  abituato
Pure primm’ d’ ‘a catastrofe, o eri ricco o eri affamato
N’avite fatt ‘e piriti e mò ve mettite e mascherine 
Ce sta a gente sul’ a casa, che fa? se chiava l’amuchina 

“No però alle sei ci sta una bella distrazione  
Latino americano di Mameli sul balcone” 
Allora llà io m’arricreo, che poco prima d’ ‘o tramonto 
‘a vrenzolona ccà ‘e rimpett’,  me fa ‘o tampone cantann a fronna 

SalvaItalia, CuraItalia, prima l’igiene, ‘o pesce all’aria 
Un metrò di sicurezza, na quarantena tutt’arbitraria 
La distanza è a primma cosa, se ne vulimm ascì cuntent 
Scurdatev’ ‘o contatto, ‘a pusteggia e ‘o sentimento 

Mò v’ata stà cuieti, igienizzati e mascherati 
Che hanno fatto l’ordinanza di farvi tutti allitterati 
Mò è o mument’ ‘e Dosotewsky, d’ ‘o Vangelo, di Silone” 
“Stev’ aspettann’ a quarantena, no? pe’ addiventare prufessore” 

“Nun v’ata spartere cchiù ‘e suonne, sono vietate le corsette,  
‘e passeggiate ‘o mare v’è facite ‘int’ a tualette” 

No, nun ce sta complotto, è solo un fatto di gestione 
E lo stato di emergenza è ‘o casatiello ‘ell’ elezioni 
Massimizzar la confusione, ‘o militare, e ‘a protezione 
‘i, che bella strategia sta areto a chistu decretone 

Tutti provati e allontanati, guagliù,  ne ascimm’ acculuturati 
I’ dint’ a vita io m’aggio lett sul a scadenza ‘e ll’ insaccati 
Ma mo cu chesta quarantena penzo m’ ‘o legg’ nu giornale  
Hash tag io resto a casa,  

a casa mia è nu rinale 

Contagiati, influenzati, di amuchine coronati 
vì, che culo, bell’ e buon stamm ‘a Scalea, comm’ ‘e  pensionati 
“possiam far quel che sempre, in vita abbiamo tralasciato” 
“mò m’mparo ‘o flauto dolce, e chi m’ ‘o pava l’abitato?” 

 E che bella cavalcata di potere llà pe’ pe copp 
“Mascherine all’asta”, po’ ‘o bell vene aropp 
Mò arricetto nu mercato nero de li perduti sentimenti 
E ve facc’ vedè io, che vò dicere assembramenti 

No, pecchè già sto murenn, e v’ò ddico in ddoje parole  
Io nun mi fido manc’ cchiù ‘e chi me venn’ ‘e pummarole 
Allò nun se ne salva uno pecchè stamm’ tutt’ ammischiati 
Uber, Glovo mammet e pateto, simm tutt globalizzati 

Io nun tengo ‘a soluzione, però aggià pava o pesone 
C’arrecettamm tutt quant mentre cantamm’ acopp o balcone? 
Oppure ce guardamm nfacc’, ncopp’ a sti mmerde ‘e cellulari 
E arraggiunamm’ che ‘a catastrofe era già primma ‘e accumminciare

(Angela S.)

ascolta Pulcinella

Esercizi di stile

(ispirati a Raymond Queneau)

Testo originale di Nicola Capone, prima parte:

Oggi mi intrattenevo con delle abitanti dei bassi (in sicurezza). Quello che mi ha impressionato di più è la mancanza di lucentezza della pelle. Un pallore ospedaliero e l’affanno costante accompagnato da boccate continue di tabacco.

La nevrosi si sta diffondendo più velocemente del virus.

 IGNORANZA/STRAFOTTENZA

Se oggi ero per strada? Eh certo, dove dovevo restare, a casa? Se c’erano anche delle signore che vivono nei bassi? Può darsi. Mica posso guardare tutte le persone che mi passano davanti. Come dice, se mi ha impressionato la mancanza di lucentezza della pelle, che fossero pallide? Che me ne fotte. Dice che erano affannate? Oggi c’erano le nuvole, temevo piovesse perchè ero senza ombrello. Ah fumavano? Io non fumo. Ho letto su un libro che fumare non fa bene.

Un virus…boh. E si starebbe diffondendo? Cose che capitano.

METAFORICAMENTE

Delle oscure squame di sirene napoletane, tra scogli come cave, da cui lontano mi tenevo, io Ulisse dalle orecchie coperte per sfuggire al velenoso canto ,  mi stupivo. 

Non era pelle d’oro la loro. Ruggine in scaglie.

Udì un canto strozzato d’irrespirabile catrame. Oltre il naufragio d’onde risuonano ancor più forti le voci stonate d’un eco mortale.

MEDICO

Dopo un intervento al fegato, mi sono recato presso la camera 40 ove erano ricoverate le donne con diagnosi di xeroderma pigmentoso. Ad un primo esame mostrano epidermide ustionata, ruvida e squamosa. Si riscontrano altri sintomi: tosse e dispnea aggravate da disturbo ossessivo compulsivo della personalità. Concludo che la sintomatologia non è compatibile con lo XP. Ci troviamo di fronte ad una nuova malattia. Probabilmente contagiosa. Si rischia un’epidemia.

PRONOSTICI

Quando sarà domani incontrerai le abitanti dei bassi. Indosserai mascherina e guanti. Ti stupirai della mancanza di lucentezza della loro pelle e noterai il loro respiro affannato.

Non si sentiranno tranquille, le ansiose. Vedrai il fumo delle loro sigarette.

Si diffonderà un virus che chiameranno nevrosi.

NEGATIVITA’

Non ieri, non l’altro ieri, ma oggi. No, non restavo, e neppure andavo ma mi intrattenevo. Non erano anziane, né bambine, né adolescenti ma donne mature. No, non vivevano in un attico, né in un appartamento al primo piano, né al secondo, né al terzo, ma in un basso. (No, non ero in pericolo, ero in sicurezza). Non mi ha tranquillizzato ma impressionato, non la pelle luminosa ma opaca. Non pallida per la cipria ma per malessere. Non respiravano come se facessero yoga tra gli alberi ma quello affannavano come chi fuma troppo ed è in ansia.

Non una cura, ma un virus. Non la tranquillità, bensì la nevrosi. No, non si ferma, ne’ indietreggia, ma corre veloce e avanza.

LETTERA UFFICIALE

Ho l’onore di informare la S.V. dei fatti sotto esposti di cui ho potuto essere testimone tanto imparziale quanto estremamente colpito.

In questa stessa giornata mi intrattenevo per strada, in via Napoli 40. Ero munito di mascherina e guanti, e mi disponevo alla distanza di sicurezza di un metro, come stabilito dalle misure in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica emesse dal decreto del presidente del consiglio Conte.

La suddetta via era occupata dalle signore domiciliate nei bassi lì collocati. All’osservazione rilevavo nelle suddette signore un aspetto preoccupante: colorito pallido, anzi, mi permetta di dire, parevano da poco uscite dall’ospedale. Mi chiedo chi le abbia dimesse, ignorando l’aspetto opaco della loro pelle non più madida.

Mi si consenta di aggiungere al mio sintetico esposto un particolare di dovuto rilievo: le signore avevano un atteggiamento nevrotico, dimostrabile dal gran numero di sigarette fumate al minuto. Una di loro, evidentemente molto preoccupata, ho osservato averne tre accese tra le mani.

In considerazione di quanto sopra descritto chiedo a S.V. di indicarmi quali conclusioni trarre dai fatti elencati e che comportamento dovrei assumere in merito.

Distinti saluti.

NOTAZIONI

Oggi. In un basso. Un uomo si intratteneva, in sicurezza. Le abitanti nei bassi, con la pelle opaca. Pallide. Come uscite dall’ospedale. Affannate. Fumavano.

La nevrosi si diffonde. E’ più veloce del virus.


Vitavirus

Napoli, fine marzo ‘20
Vivo da solo in una casa in cui smart-lavoro pure, ma sto mese di coronavirus non mi fa sentire solitudine.
Ho provato molta più solitudine i giorni in cui avevo tanta smania, sole fulgido fuori e vita pure fulgida dentro, ma nessuno con cui andare, molti già andati o andanti, nessuno che si ricordava, si è ricordato o si ricorda di me.
Ora non puoi uscire, la mattina ti godi gli uccellini inauditi, e lungo il giorno assapori lentamente le prospettive in repentini sguardi passanti, che ti fermano.
Sono giorni di grande potenzialità, un regalo finalmente, ma ne approfitti comunque sempre solo una minima parte. Gli arretrati di idee restano sempre abbondantemente maggioritari, anche perché ai vecchi se ne aggiungono di nuovi.
Ma ti senti un po’ più tu, sebbene con una sensazione di inettitudine all’uscire.
Ma forse non sono rappresentativo dell’universo là fuori, anzi là dentro, ognuno nelle sue case.
Non lo sono perché gli altri forse si sentono effettivamente soli, meno abituati al non
continuamente cumulato: stavolta addirittura mi contattano per sapere come va.
Io, trovo pure finalmente l’attivismo e il coraggio che aspettavo da una vita, e chiedo a mia
mamma la ricetta del panettone.

In sequenza,
3 uova
150 zucchero le prime due cose da mescolare
300 farina
100 burro da sciogliere lento e poi mettere in impasto alternato a farina
mezzo bicchiere di latte
1 bustina pan degli angeli e altro mezzo bicchiere di latte in cui scioglierla, per poi unire
scorza di limone grattugiata
Prima di tutto però, imburrare teglia e poi metterci farina
Senza lievitare, 160° mezz’ora nel forno uguale al suo, e magari torno bambino.

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Napoli, inizio aprile ‘20
Aprile è stato per me sempre il mese dell’erba che sponta da sotto a le chianche, irrefrenabile.
Aprile è la vita, e mica solo perché a me ha dato la vita. La segna per tutto il mondo, la fa verde vivo, la vita. È un verde esplosivo, di un solo mese, non dura di più. Il verde di maggio già si avvierà verso il giallo di giugno. Mi ricordo la prima volta che lo vidi, era un campo di grano dalla terrazza della casa di mare di Pasqua dei miei. Fu come la prima volta che vidi la potenza della luna piena cadermi addosso, ravvicinata nella campagna della notte del terremoto: un subbuglio, un’inquietudine, e un’impressione indelebile.
Oggi ci tolgono un aprile. È forse il delitto più grave costringere ai sepolcri quando anche Nostro Signore è un’erba che sponta dalle chianche, irrefrenabile, sto mese. Mi dà la sensazione di un’occasione persa, di un anno che aspetta solo aprile e poi aprile salta e dovrai passare, e sprecare, un altro anno prima che aprile torni. Aprile quest’anno lo guardi dal balcone al parco di fronte, o al mare che cambia da gelido e terso a celeste e morbido, per me che sono a Napoli fortunato. Ma non sento che mi stanno togliendo la libertà. Non sento che sto solo. Scelgo di uscire pure meno del lecito, prendendo per isteria metropolitana questa corsa a uscire (forse da case e compagnie angustiose), e se esco non c’è nessuno. Non sento coercizione e non sento solitudine. Sento che ci stanno togliendo un pezzo di vita in cui ancora una volta speravamo. Forse ancora una volta ci avrebbe deluso, e non vi avremmo trovato quello che cerchiamo, che poi che cerchiamo. Ma qualsiasi cosa stessimo cercando, Corona&Co ci hanno tolto la possibilità di trovarlo, una volta in più. La vita si consuma e noi rimandiamo, come abbiamo rimandato cento e mille volte, in cento e mille volte di solitudine vera, quella in cui veramente speravi uscire, compagnia, vita fuori perché la vita ti pulsava dentro, volevi essere filo d’erba che spingeva sotto alla chianca in un terreno fertile insieme a tanti altri fili d’erba anch’essi a spingere. Il cuore dentro
a un filo d’erba. E sebbene la vita fuori ci fosse, la vita ti lasciava dentro a languire.
Ecco, almeno stavolta ci hanno tolto la velleità, e l’impossibilità rende meno solitudine questo isolamento. Solitudine non può essere quando nessuno può venirti a trovare o a chiamare.
Solitudine è quando potrebbero, e tu inviti, ma nessuno lo fa e nessuno accetta. Quando vorresti vivere insieme in una marmellata ma poi devi capire sui denti che ognuno vive il suo barattolo, qualcuno collettivo, ma il tuo resta pieno solamente di te. Solitudine è quando si potrebbe andare a vivere insieme il momento in cui il filo d’erba sponta da sotto alla chianca janca, ma nessuno lo fa con te. E tu resti in casa, mutilato di un sole fresco di aprile, ma in vero inchiodato a sperare di più.