giovedì 2 marzo, ore 18 – l’Asilo

Dimenticare Fukushima

presentazione del libro di Arkadij FilinIstrixistrix autoproduzioni

Nel marzo del 2011 un terremoto-maremoto, evento non proprio inconsueto in un paese come il Giappone ad elevatissimo rischio sismico, faceva scoprire al mondo che la tecnologia nucleare occidentale era tutt’altro che sicura. Era dal 1986, quando il reattore 4 della centrale V.I.Lenin di Černobyl’ esplose liberando nell’atmosfera un’enorme quantità di materiali radioattivi che avvelenarono mezza Europa, che tutti i governi lo ripetevano: la tecnologia sovietica era arretrata e le sue centrali erano piene di incompetenti. E invece a Fukushima i sei reattori della megamultinazionale americana General Electric, gestiti dalla Tepco (Tokyo Electric Power Company) hanno fatto una fine altrettanto ingloriosa raccontando un dato di fatto che neanche la propaganda congiunta di governi e apparato industriale e finanziario è riuscito a nascondere: la tecnologia nucleare è di per sé ingovernabile e non può essere utilizzata senza correre il rischio serissimo di danneggiare l’ambiente in modo irreversibile.
A tutto ciò il sistema della propaganda ha risposto in maniera chiarissima: l’incidente di Fukushima, i suoi effetti sulla salute delle popolazioni, le sue implicazioni per la società industriale, non vanno discussi.
La memoria può fare cattivi scherzi, meglio lasciarsi alle spalle i brutti ricordi. Meglio dimenticare Fukushima.

“La catastrofe di Fukushima non è mai esistita. Quale catastrofe? La frequentazione assidua dei disastri ce ne fa perdere la realtà. La vera catastrofe nucleare non sta nel fatto che tutto si fermi, ma che tutto continui. La bomba non ha distrutto il mondo ma ha aperto una nuova fase del dominio. Il terrore provocato dalla minaccia dell’apocalisse nucleare ha avuto un solo effetto: fossilizzare l’ordine delle cose. Venticinque anni di gestione sociale delle conseguenze di Cernobyl hanno affilato le armi della burocrazia negli ani 2010. Come ben sa, far scomparire la realtà sociale di una catastrofe è innanzitutto una questione di suddivisione dei tempi, una questione di agenda. Catastrofizzare, liquidare, evacuare, riabilitare, banalizzare, altrettanti episodi di uno sceneggiato destinato a farci dimenticare Fukushima.”

Nè eroe, nè martire, Arkadij Filin è uno degli 800.000 liquidatori di Cernobyl. Le sue parole sono state raccolte da Svetlana Aleksevic in Preghiera per Cernobyl. Tre persone della generazione Cernobyl hanno scelto di prendere in prestito il suo nome per firmare questo libro. Esse si riconoscono nel suo senso di derisione, pur sull’orlo del baratro, nel suo atteggiamento disperato ma niente affatto rassegnato.

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