dal 27 novembre al 4 dicembre 2015 |  l’asilo

SCAMPIA. LA VOCE DEGLI OCCHI
mostra fotografica di Pino Guerra

→ apertura mostra venerdì 27 novembre ORE 18
+ dibattito su LA 167 DI SECONDIGLIANO

intervengono Davide Cerullo, Vittorio Passeggio, Luciano Ferrara, Ciro Corona
Dedica musicale di Massimo Ferrante

Con le sue fotografie Pino Guerra ci costringe ad entrare in un mondo che vive al riparo dei nostri sguardi.
Siamo alle Vele di Napoli, nel quartiere Scampia. Le Vele di Napoli sono oggi l’emblema di uno dei quartieri più problematici della città. Un degrado urbano architettonico e sociale dal quale nessun abitante sembra essere escluso. Così vivere a Scampia, e tanto più alle Vele, è percepito come una condanna, una colpa, un problema, prima ancora che dagli stessi residenti, da chi ne parla standone fuori.

La vita di bambini, donne, uomini si snoda negli spazi esistenti, non in quelli progettati negli anni sessanta. L’idea iniziale del progetto comprendeva grandi unità residenziali dove centinaia di famiglie avrebbero dovuto integrarsi e creare una comunità, ampie vie di scorrimento e aree verdi tra le varie Vele: una vera e propria città modello; oggi una sorta di ghetto in cui sembrano prevalere l’illegalità, l’abusivismo e la prevaricazione in varie forme.
Se un giorno Scampia non ci fosse più, o meglio, non ci fosse più quella Scampia delle Vele, della camorra, dei senza speranza, il luogo maledetto del degrado sociale e, magari, avesse prevalso la Scampia onesta e dignitosa, che pure silenziosamente esiste, molti non saprebbero né più scrivere né più parlare di una Scampia diversa.

Troppe volte in questi anni, soprattutto da Gomorra in poi, ci si è avvicinati a Scampia sperando di replicare con successo la denuncia-racconto di Saviano: non per cercare davvero di capire questo complicato e difficile territorio, ma per sfruttare questo nuovo immaginario collettivo su Scampia come unica sede della Camorra.
C’è un’umanità forte e silenziosa laddove gli ipocriti hanno costruito pregiudizi che separano dalla vita reale, dal cuore delle cose.

Le fotografie di Pino sono drammaticamente belle, intense, forti, eloquenti, eppure essenziali e vere, scarne, prive di sovrapposizioni retoriche e di sottolineature artificiose che cerchino l’effetto. Parlano e interrogano da sole, con il linguaggio della vita vera e del suo dolore, liberano la voce della nostra coscienza critica che ci obbliga a guardare con coraggio dentro a quegli occhi, in cui possiamo riscoprire la nostra identità e prendere in mano la nostra responsabilità, invitano ad entrare nel mondo delle persone con senso di rispetto e di uguaglianza, come se fosse una porta aperta, offrono l’occasione di incontrare una realtà ricca di un’umanità disarmante, pura, non comune, che non chiede la pietà di nessuno e non invidia il benessere di nessuno.

E’ necessario concedersi la possibilità di entrare in questi occhi, in queste storie per capire e decidere da che parte stare, quale direzione prendere per scoprire il senso personale e comune di esistere in questo mondo.
Negli sguardi dei bambini si fa fatica a guardare perché si legge una richiesta impegnativa, urgente di amore, e la promessa seria di un futuro non incerto. Negli occhi di tante persone si legge una gran voglia di riscatto perché amano la vita e desidererebbero viverla con dignità ma non trovano sostegno né rispetto dei loro diritti. Sono vittime di una società chiacchierona che si regge sul potere e sul successo, non importa con quali mezzi ottenuti, quasi sempre i più infami. Vivono in un conflitto lacerante, profondo in cui si capisce fin troppo bene che non c’è nessuno che si prenda seriamente a cuore la loro sorte di uomini di buona volontà.

Con l’occhio dell’obiettivo Pino Guerra immortala ciò che in questi volti è ferito. La verità, tutta la verità è negli occhi, nelle mani, nel silenzio di questi volti.

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