Riportiamo il testo integrale di un articolo del 4 novembre 2021 apparso qui


 

Che valore ha l’intangibile?

“Nel suo significato etimologico, il termine valutazione rinvia all’idea di attribuire un valore, di dare un peso, stimare, avere in considerazione.”

Sono Veronica Magli e faccio coming out: sono un’economista che voleva fare l’antropologa.

Mi sono accorta di questa cosa proprio durante il mio percorso formativo al  Master U-rise, avvenuto  tra il 2017 e il 2018. Quando cioè allo studio e all’analisi dei modelli economici che potevano sostenere e supportare progetti e processi rigenerativi, preferivo osservare le dinamiche sociali che venivano da questi innescate e l’impatto che esse generano nei territori, tra le comunità e negli esseri umani che li abitano e li attraversano:  quelle mutazioni e quelle  contaminazioni, spesso inaspettate, che sono in grado di attivare.

Non a caso sono sempre stata attratta, nel mio lavoro (nasco come Cooperante internazionale) e non, dal valutare, o almeno provare a mappare e quantificare, l’impatto che programmi e progetti generano in quelli che in una dimensione top-down e filo-colonialista, a livello internazionale, vengono ancora definiti “i beneficiari” delle azioni messe in campo. In due parole, quindi, l’impatto sociale

Come spiega la Teoria del Cambiamento (qui un utile approfondimento in ambito di cooperazione internazionale che può facilmente traslarsi sulla progettazione in generale), per la quale i beneficiari sono invece gli stakeholders (i portatori di interesse) dei progetti, valutare un’azione messa in campo significa misurare il cambiamento  – positivo, negativo o neutro – che si genera ex-post, rispetto a quello che si voleva generare ex-ante. In sostanza, il non banale e recente passaggio da output a outcome. Dal numero di spazi rigenerati in città all’aumento di soddisfazione nelle persone che la città la abitano e l’attraversano, per tornare, anche se in modo semplicistico, all’ambito della rigenerazione. La misurazione dell’intangibile. Appunto.

Qualche anno fa, mentre seguivo un progetto nelle Filippine e vivevo a Manila, una delle città più grandi e densamente popolate del sud-est asiatico, un formicaio umano schiacciato tra grattacieli e baraccopoli, lessi un articolo di Luca Ruali, architetto, che commentava su Gli Stati Generali gli allora recenti attentati di Parigi:

“La forma delle città può generare o meno partecipazione. La forma delle città può educare oltre che la vita sociale, quella emotiva e intima. () Vinceremo costruendo città dolcissime.”

Qua iniziò il mio viaggio nella rigenerazione, urbana e più ampiamente territoriale, cioè di  tutti i territori, siano essi urbani, peri-urbani, rurali o montani, alla ricerca di cosa fosse, e se e come fosse misurabile, quel valore aggiunto che accomunava gli spazi e i luoghi ancora di cura e di relazione, in grado di generare quell’intangibile e difficilmente quantificabile “dolcezza”.

Nel mio vagabondare, ho scoperto che il concetto di cura è soggettivo quanto sfuggente, appare e scompare, ostaggio delle individuali interpretazioni, è in continua mutazione e si rigenera ogni giorno, assumendo spesso contorni e contenuti differenti. Questa dimensione mi è stata molto chiara presso L’Asilo (Ex-Asilo Filangieri) di Napoli, dove ho trascorso il mio periodo di tirocinio del Master con l’ingenua illusione di potere in qualche mese cogliere e circoscrivere il valore che lo spazio genera all’interno della comunità abitante e nel territorio. Proprio allora un abitante dell’Asilo, mentre lo stavo intervistando, si fermò e mi disse: “Tu vuoi valutare L’Asilo, ma L’Asilo è un’ameba, un contenitore plasmabile e mutevole aperto all’imprevedibile e all’ingovernabilità.”

La mappatura del valore generato all’Asilo tra il 2017 e il 2018

Allora cercai una guida negli strumenti che conoscevo, che sono anche due delle principali metodologie valutative esistenti ad oggi. Si tratta della  ToC (Theory of Change), che ho già menzionato, e lo SROI (Social Return On Investment, qui in una delle sue spiegazioni più diffuse), che ha innegabilmente perseguito l’intuizione di quantificare e sintetizzare in un unico numero l’insieme di valore economico  – il tradizionale indice di redditività del capitale ROI – e valore sociale, la “S” dell’intangibile, appunto. In entrambi i casi ho rilevato però dei limiti riguardo alla loro applicazione in ambito di rigenerazione. La  ToC, ad esempio, è a mio parere ottimizzata quando un processo è chiaro nel suo sviluppo. È questo il caso, per intenderci, di progetti che nascono con il ricorso a forme di finanziamento esterne per trovare e testare soluzioni a bisogni precisi, come avviene per un’associazione che ricorre a un Bando per rigenerare uno spazio dismesso attraverso un progetto ben definito. Nel caso dell’Asilo, processo estremamente bottom-up e di natura informale, oltre che in costante e ricercata mutazione, l’applicazione di questo strumento è estremamente complicata, se non quasi impossibile. Lo SROI, invece , oltre ad essere uno strumento complicato e difficilmente padroneggiabile autonomamente da una comunità, è a mio parere maggiormente rivolto a progetti di imprenditoria sociale, che hanno una redditività “tradizionale”. Pertanto, è uno strumento che richiede di essere notevolmente adattato nel confronto con tutti quei  progetti, tra cui L’Asilo, che hanno l’ambizione di svilupparsi andando a indagare oltre i limiti dell’economia tradizionale, si pensi agli spazi che funzionano ad esempio sperimentando l’economia del dono.

E allora? Che  fare? Come misurare il valore dell’intangibile in processi rigenerativi? Come fare sì che questa misurazione possa diventare progressivamente anche un’auto-valutazione, alla quale partecipi attivamente tutta la comunità coinvolta divenendone in un certo senso “proprietaria”, padrona di strumenti così preziosi, e che si rendono in questo modo  accessibili e replicabili nel tempo autonomamente? 

Della valutazione sociale ne hanno bisogno infatti in primis gli stakeholder interni agli spazi, ovvero le comunità che li abitano, che da quella possono ripartire in ogni momento per progettare nuovamente, replicando azioni che funzionano, che generano un valore comunitario, ma anche aggiustando il tiro ogni qualvolta invece gli effetti siano negativi, per non accorgersi troppo tardi di esternalità impreviste. Ugualmente, della quantificazione del valore sociale generato ne ha poi bisogno tutto l’ecosistema che ruota attorno alla rigenerazione (come a qualsiasi altro ambito, dalla cooperazione internazionale a quella sociale): dalle Istituzioni agli investitori, a coloro che selezionano i progetti finanziabili fino alla “Signora Maria”, che ancora si chiede infastidita che utilità ha il centro sociale di fronte a casa sua (e qua si entrerebbe nel tema della rappresentazione del valore, forse ancora più importante della valutazione stessa, ma mi dilungherei troppo).

In conclusione, mentre la sostenibilità economica di progetti e processi rigenerativi è facilmente rilevabile attraverso strumenti più volte affinati nell’economia tradizionale, quella della valutazione dell’impatto sociale è ancora una zona grigia che necessita di numerose e coraggiose sperimentazioni. Probabilmente soltanto dall’unione di competenze eterogenee, dagli antropologi agli economisti, dai sociologi agli psicologi di comunità agli statistici (ecc.) sarà possibile arrivare a strumenti in grado di “intrappolare” e dare forma a ciò che sembra ancora sfuggirci.

Perché l’intangibile è lì, proprio davanti a noi, che ci guarda beffardo e ci sfida a mapparlo, misurarlo, e replicarlo a più non posso. 

Per un ulteriore approfondimento sul tema:

https://rivistaimpresasociale.s3.amazonaws.com/uploads/magazine_issue/attachment/19/ImpresaSociale-2020-04.pdf